I nanopori misurano singole molecole come brevi variazioni di corrente quando attraversano o restano intrappolate in un'apertura minuscola. Il gruppo ha sviluppato pPorA, peptide di 40 amminoacidi derivato da una porina batterica, che in una membrana lipidica forma spontaneamente un canale a otto unità.

Lo stesso ottamero produceva pori piccoli e grandi con conduttanze di 2,4 e 3,5 nanosiemens nell'elettrolita di laboratorio. Modifiche di amminoacidi e carica regolavano diametro e selettività. Gli esperimenti sono stati affiancati da modelli di dinamica molecolare, la cui spiegazione usa però pori semplificati e campi elettrici elevati.

I pori grandi hanno catturato diverse varianti di alfa-sinucleina, compresa una mutazione per delezione associata al Parkinson, con affinità di circa 20 nanomolari. I segnali distinguevano specie in miscela e seguivano l'aggregazione da monomeri a oligomeri e fibrille, anche dopo un inibitore. I pori piccoli rilevavano inoltre peptidi humanin e SOD1.

Un possibile impiego è un chip di ricerca che confronti rapidamente come farmaci candidati modificano gli aggregati proteici tossici, oppure un test biomarcatore complementare con pochissimo campione. Lo studio non ha dimostrato diagnosi dal sangue dei pazienti, accuratezza clinica né identificazione della malattia da un singolo segnale.

Servono produzione riproducibile dei pori, interpretazione automatica, prove in sangue o liquido cerebrospinale, ampie coorti cieche e confronto con metodi consolidati. In modo ottimistico, chip specialistici di ricerca potrebbero arrivare in 3–5 anni. Un test diagnostico, se validato, difficilmente prima di 7–12 anni; l'uso ampio resta incerto.